Quella volta che Ernest Hemingway si accarezzo’ la barba…

  • 3 Maggio 2018
  • VAW
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Immagina la figura di un uomo, aggiungici un sigaro, bevute di quelle buone, un cappello pànama e una barba bianca ben fatta: “My Mojito in La Bodeguita, my daiquiri in El Floridita” amava ripetere Ernest Hemingway passeggiando per le strade colorate da allegra miseria de l’Habana Vieja, dove quella sua barba bianca sapeva farsi notare più di una coloratissima auto d’epoca americana in giro per l’Avana.

Sedendosi e bevendo ha reso celebri due locali e due drinks in una Cuba caratterizzata da barbe divenute leggenda, ognuna diversa dalle altre, tutte appartenute a persone che seguendo la propria strada hanno realizzato ambizioni divenute stili di vita.

La barba di Ernest Hemingway era quella di un idealista che amava girare il mondo per chiudersi in sé stesso, come altri artisti che hanno fatto della propria sensibilità la loro rovina. Donne e alcool, nessuno, oggi, caratterizzerebbe la vita di uno scrittore con questi eccessi, più facilmente associati allo stile di vita di cantanti e attori, ma il mondo gira, i costumi cambiano o si ripropongono, così, se negli anni ’80, ’90 e i primi anni duemila erano davvero in pochi gli uomini a portare la barba, oggi, come in epoche passate, il portare la barba marca caratteristiche e definisce stili sempre più seguiti. Ernest Hemingway amava le donne, l’alcool e scriveva per vivere.

In apparenza, la sua era una barba da ammiraglio o capitano di vascello, del resto, come il titolo della sua più celebre opera lascia intuire, il mare per Hemingway non era un trascurabile elemento della natura, qualcosa che semplicemente gli bagnava e salava la barba mentre pescava marlin volando di pensiero in pensiero partendo da un concetto semplice, legato all’inconcepibilità di pensare alla figura di un uomo senza coraggio.

Che si trattasse di pescare, andare a caccia, in guerra o scrivere un libro, il modo di intendere la vita di Hemingway era caratterizzato da spirito avventuriero, di chi vuole vivere emozioni forti seguendo la propria visione. La quasi totalità delle sue opere si caratterizza per il conflitto fra bene e male, la contrapposizione tra coraggio e lealtà contro vigliaccheria e falsità.

Curioso pensare che un uomo come Ernest Hemingway, capace di costruire la sua leggenda sull’uso delle parole e dei concetti, non riuscisse a trovare il titolo giusto per il capolavoro che gli è valso un premio Nobel nel 1954.

Componendo frasi, riusciva a trasformare libri in monumenti e bar, bevute, locali, muretti, stanze di hotel e uffici in mito, però, nonostante fosse uomo brillante, conoscitore del mondo, scrittore di successo… per uno di quegli illogici e ironici casi della vita, probabilmente mentre si accarezzava la barba in modo riflessivo, si trovò perso dietro la costruzione di un titolo.

Che fosse una parola o una frase, quella volta, su quella barca, sotto gli occhi di Gregorio Fuentes, ovvero il capitano dell’imbarcazione, a molti pensieri corrispose il niente. Nella visione di qualche appunto su carta, in una ripetuta carezza alla barba e nello scambio di sguardi, il ricordo a un tratto deve essersi fatto chiaro.

Anni prima, i due, durante una battuta di pesca, si erano imbattuti in una barchetta con un grosso pesce al traino, a bordo della quale c’erano un vecchio, attaccato alla lenza del pesce, e un bambino. Hemingway e Fuentes, comprendendo la pericolosità della situazione, cercarono di prestare soccorso, ma giunti nei pressi della barchetta furono fermati dalle urla del vecchio: “Via! Via! Andate via, americani! Non ho bisogno di nessuno!”

Volevano aiutarlo, ma poterono soltanto lasciargli un cesto di viveri e fare rotta verso l’Avana, fu in quel momento, durante la navigazione, che Hemingway iniziò a scrivere appunti sull’episodio, finiti poi per anni riposti nella cassetta degli attrezzi di quella barca, fino al suo ritorno a Cuba e a quella nuova battuta di pesca con Fuentes ancora al timone del Pilar.

Senza un titolo in testa ma con l’intenzione di scrivere un racconto, domandò al suo capitano se rammentasse l’episodio a cui avevano assistito anni prima, di quel vecchio e del suo rifiuto.

Anche Fuentes conservava il ricordo e quando gli fu chiesto aiuto per risolvere il problema titolo e dare il là alla storia, la sua logica da uomo incapace di scrivere romanzi ma capacissimo di cogliere i particolari fece la differenza:

“Il vecchio lo abbiamo incontrato in mare, no? Ebbene dobbiamo intitolarlo: Il vecchio e il mare.”

Su quel titolo, Ernest Hemingway scrisse un capolavoro, cristallizzando per sempre la sua immagine di uomo con Mojito o Daiquiri in mano, sigaro in bocca e barba sul viso.

ANDREA ANTONETTI

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