Leonardo da Vinci, io e un paio di altri tizi.

  • 3 Agosto 2018
  • VAW
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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Leonardo non arriva mentre il Sole scende dietro i colli fiorentini. Nonostante sia sera, mi sento avvolta dal calore di quest’estate. Ordino un analcolico quando un gentile cameriere si rende disponibile all’ascolto.

Un sorriso io, un sorriso lui, intorno a me il Rinascimento rappresentato da quella che in modo riduttivo potrebbe essere definita una chiesa, inserita in una fantastica piazza italiana sporcata dalla presenza del tavolinetto elegante di questo locale.

Oltre a un analcolico, sto aspettando Leonardo Da Vinci, uno degli uomini più famosi della storia. Non ho mai capito se “Da Vinci” sia, nel caso, un cognome o un’indicazione geografica, ma non glielo chiederò.

Nel porgermi il drink richiesto, il cameriere di prima mi fa un occhiolino a cui rispondo con un sorrisetto da interpretare, quindi mi volto alla mia sinistra. Certo che questa chiesa è davvero bella, peccato per l’analcolico il cui sapore non sa accompagnare il momento di godimento figlio della visione di uno scorcio di Firenze.

Poso il bicchiere sul tavolinetto, incrociando lo sguardo con un passante, un bel ragazzo. Mi guarda, lo guardo, mi sorride, gli sorrido… è estate. Sono una ragazza degli anni’90 e lui chiaramente apprezza più me che quella chiesa. La cosa non mi dispiace, può essere la base della nostra conoscenza.

Pronta a subire il tentativo di approccio del tale, ecco sopraggiungere Leonardo, in ritardo rispetto al nostro appuntamento, in perfetto tempismo per rovinare un incontro che poteva avere risvolti interessanti.

“Perdona il ritardo, avevo tante cose da fare…” Leonardo.

“Si figuri, mi dia del tu, la prego, non sono abituata a sentirmi dare del lei, figuriamoci del voi…” Io.

“Sto lavorando a tutta una serie di progetti che trasformeranno il presente in futuro.” L.

Si è seduto davanti a me, porta questa specie di tunica che personalmente non indosserei mai, sarà perché sono nella fase della vita in cui credo nella combinazione short e cannottierina aderente.

La barba di un genio smette di crescere nel momento stesso in cui il proprietario entra nella storia, quella di Leonardo è lunghissima, gli avvolge il viso come la neve un paesaggio d’inverno. Osserva il mio bicchiere, lo indica, anticipando una mia domanda.

“Questo cos’è?” L.

“Un analcolico alla frutta, ma non glielo consiglio… posso darle del lei o preferisce del voi?” Io.

“Mi adeguo ai vostri tempi, sono uomo di mondo, anche se il vostro mondo è molto più grande del mio.” L.

Fa un cenno al cameriere di prima che, arrivato davanti a noi, prima lancia uno sguardo a Leonardo, poi a me, come a chiedere spiegazioni sulla composizione della coppia.

“Mi porti un centrifugato.” L.

Il cameriere se ne va, contrariamente al mio stupore per quell’ordine più in linea col pensiero di una modella contemporanea piuttosto che di un genio rinascimentale.

“Una delle cose che mi piacciono dei vostri tempi è che finalmente avete capito l’importanza delle verdure, della dieta vegetariana. Chi rispetta gli animali, rispetta anche l’essere umano.” L.

“In linea generale può essere vero, però c’è da dire che Hitler era vegetariano e tanto rispetto per il prossimo non l’ha mai dimostrato…” Io.

Mi permetto di dissentire, nel mentre, in tempi record, arriva il centrifugato richiesto e un altro sguardo interrogatorio di questo cameriere che inizia a starmi sulle scatole, oltretutto ignora che la gara non era fra lui e Leonardo, ma fra lui e il ragazzo di prima, che per me, aveva vinto con poco.

“Chi è Hitler?” L.

“Uno che ha provato a impedire l’evoluzione del mondo…” Io.

A differenza mia che ho gettato la base di non so neppur io quante cose.” L.

“Già.” Rispondo sorridendo, prima di vederlo sorseggiare quanto ordinato.

“Senta, le faccio la domanda più scontata possibile ma, data la fama del quadro, credo sia doverosa. Che significato si nasconde dietro il sorriso della Gioconda?” Io.

“In che senso? E’ un sorriso.” L.

“E’ il sorriso più famoso del mondo. Enigmatico, ambiguo… quanti studiosi si sono soffermati a riflettere su quella smorfia che ha tracciato e dipinto in modo così…” Io.

“… In modo così sbagliato. Chi s’interroga su quel sorriso non ha mai disegnato prima. Al momento della stesura del colore, ho fatto un errore e per rimediarlo ho passato anni a modificare luce, tratto…” L.

Beve un altro sorso di centrifugato.

“… e il risultato è questo mezzo sorriso che alla fine mi sono fatto piacere, mica potevo rifare l’intero quadro.” L.

“Ah… e la modella? Come ha giudicato il risultato finale?” Io.

“Non l’ha voluto, non l’ha pagato e la cosa mi ha indispettito o come dite voi, mi ha fatto incazzare.” L.

Il libero professionista che non viene pagato per il lavoro fatto è un classico dei tempi moderni.” Io.

Anche dei tempi antichi, se non trovavi un mecenate conveniva zappare i campi o brandire spade.” L.

“Bè, a lei è andata bene, no?” Io.

“Mi è andata bene quando ho iniziato a costruire marchingegni bellici. Se c’è una cosa che l’uomo ha sempre fatto è cercare di trovare il modo migliore per sottomettere il prossimo.” L.

Armi per uccidere costruite da un vegetariano?” Cerco di prenderlo in castagna rispetto a quanto detto prima. Sorseggiamo entrambi il contenuto dei rispettivi bicchieri, poi risponde.

A volte per creare la pace bisogna fare la guerra.” L.

Punta il dito contro la mia schiena.

Quello aspetta te.” L.

Mi volto, è il ragazzo di prima.

“Non lo conosco.” Io.

“Se non vai a conoscerlo tu, andrò a conoscerlo io. Non preoccuparti per l’intervista, scrivi ciò che vuoi, confermerò al tuo editore ogni parola che inventerai, io devo andare a lavorare e mi fido di una persona con il tuo sorriso.” L.

Mi sorride, gli sorrido, lusingata. Lascio il mio analcolico sul tavolino, gli stringo la mano, vado a pagare anche la sua bevuta, ignorando il cameriere, quindi vado dove voglio andare, lasciando dietro di me una barba leggendaria, per andare incontro a una barba da conoscere.

 

ANDREA ANTONETTI[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/3″]

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