HOMER SIMPSON, UN UOMO QUALUNQUE DIVENTATO MITO

  • 17 Luglio 2018
  • VAW
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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Nella realtà sono decine le Springfield comprese lungo l’intero territorio degli States. Nella finzione, esiste solo quella che ha dato i natali a Homer Simpson, probabilmente, l’uomo cartone animato più famoso della storia.

L’anno temporale in cui il figlio maggiore Bart avrebbe dovuto finire la scuola elementare e la figlia minore Maggie ancora evitava di mollare il ciuccio, ha, per lungo tempo, rappresentato lo specchio d’America.

L’omicidio di Kennedy, Neil Armstrong sulla Luna, il discorso di Martin Luther King a Washington, l’affermazione del tipico giovane nerd americano come capo di un colosso economico, Homer Simpson che timbra il cartellino.

Appartenente alla classe media, tre figli, moglie casalinga, due macchine, cane, gatto, passione sfrenata per la birra, Homer Simpson ha rappresentato per milioni di americani il vicino di casa, il fratello, il padre e l’amico. Per il resto del mondo, l’americano medio.

Sovrappeso, ottuso, con una pelle gialla apparentemente ingiustificabile e un’assoluta propensione al fallimento di successo. Senza aver conseguito alcuna laurea è diventato responsabile della sicurezza di una centrale nucleare prima di finire a fare l’astronauta a tempo determinato.

Genitore della futura prima presidente donna degli Stati Uniti, figlio di una hippie ribelle degli anni ’60 e di un fondamentalista repubblicano, la sua esistenza si è caratterizzata da grandi ascese e vertiginose cadute.

Il tutto si è sempre risolto con la restaurazione della situazione iniziale di quel suo unico anno di vita preso in considerazione dalla vena creativa di Matt Groening. La cosa ha funzionato, fino a quando nella vita di Homer Simpson e in quella dei suoi concittadini, non è finito il concetto del politicamente corretto.

Da lì in avanti, la comunità di Springfield ha perso quel fine humor che la caratterizzava. I suoi componenti, un tempo ironici, sarcastici, intelligentemente grotteschi, hanno smesso di rappresentare l’ipocrisia della società americana, diventandone parte.

Quando i Simpson facevano ancora ridere: Facebook, Instagram, Youtube, Amazon e i cellulari erano al massimo concetti astratti, niente di più.

C’è stato un tempo in cui per vedere la barba di Homer Simpson era necessario rimanere svegli fino a tardi, accadeva quando una prima serata televisiva iniziava alle 20 e 30.

Erano politicamente scorretti, sempre al limite della censura. Gli episodi trattavano tematiche politiche, religiose, riuscendo a innovare e elevare il concetto di cartone animato. Così sono usciti dalla nicchia della terza serata, conquistandosi la luce del dopopranzo e il conseguente status di fenomeno culturale.

Chi scala montagne sa che, prima o dopo, dovrà comunque tornare a valle. Homer Simpson e la sua famiglia sono arrivati in cima, senza inciampare, prima di cadere nel mare delle banalità.

Assenza di un filo conduttore fra le stagioni e gli episodi, trame inconsistenti, caratterizzazione dei personaggi arrivata alla semplice e pura commedia slapstick, dove un calcio nei gioielli di famiglia diventa il senso della trama.

I Simpson hanno fatto epoca tra gli anni ’90 e i primi anni 2000, nessuno può negarlo, ma il loro tempo è finito. Homer Simpson e la sua barba rimarranno nell’immaginario come uno dei simboli di un periodo gradualmente scivolato via e ormai perso nella storia.

ANDREA ANTONETTI

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